"La libertà costa cara, molto più cara della schiavitù"

Caro Biden, c’è qualcosa che non torna

La Casa Bianca, il Pentagono e il Congresso intero ormai da circa un mese trasudano notevole imbarazzo.

Intra moenia, Joe Biden, il quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo che avrebbe succeduto “il bugiardo e clown” suo predecessore e restituito alla Nazione la dignità da un quadriennio sottratta, fatica a farsi sostenere, nella sua decisione di interrompere l’occupazione del suolo afghano da parte delle proprie forze armate, finanche dal suo solido bacino elettorale: quello democratico. Sebbene questo, fino a poco tempo fa, fosse convintamente favorevole al rientro in patria dei soldati a stelle e strisce.

Come sappiamo però gli elettori possiedono memoria corta. E non è un caso che Biden abbia sostenuto una mossa del genere solo nei primi 8 mesi di mandato ossia in un periodo sufficientemente sicuro per assumere decisioni impopolari senza subire gravi ripercussioni elettorali. Non si tratta di certo di una novità nell’ambito dei sistemi presidenziali e semi-presidenziali, come dimostra la Francia, dove i primi due anni di quinquennio all’Eliseo sono quelli caratterizzati dai tentativi di riforma meno gettonati.

Tolta l’astuzia in ambito elettorale, andiamo a vedere come mai le modalità e i principi con le quali è stata teorizzata e messa in pratica la ritirata, inquietano non poco.

La fretta di fuggire

Si perché se de iure la ritirata della coalizione Nato dal territorio afghano era programmata da più di un anno, de facto stiamo assistendo ad una delle più imbarazzanti evacuazioni della storia umana.

Prima il rimpatrio quasi totale delle truppe avvenuto a giugno, tre mesi prima del limite ultimo annunciato dell’11 settembre, poi il ritorno di migliaia di soldati per la necessità di mettere in sicurezza l’aeroporto civile, a seguito della conquista di Kabul da parte delle milizie talebane. E in ultimo l’annuncio del Presidente Biden al termine del G7 dell’interruzione delle attività di evacuazione in ottemperanza al limite di permanenza fissato al 31 di agosto.

Una decisione fortemente in contrasto con quanto annunciato solo poco tempo fa ossia quando il Presidente americano è passato dal dichiarare, nel medesimo discorso, inizialmente di avere intenzione di “evacuare tutti gli americani e gli afghani vulnerabili” salvo poi ammettere “di non poter fare promesse sull’esito delle operazioni”.

A sostenere la tesi di Biden si è aggiunta in queste ore anche l’Intelligence secondo cui una cellula dell’ormai decadente Stato Islamico avrebbe programmato per oggi, 26 agosto, quell’Apocalisse terroristica asseritamente promessa e pianificata dopo la caduta della capitale. A togliere il sonno alle cancellerie europee sarebbero quattro auto imbottite di tritolo pronte ad esplodere in corrispondenza di Abby Gate, uno dei cancelli di accesso all’aeroporto di Kabul.

In questo caso come lo si giustificherebbe ai cittadini americani ed europei un attentato dovuto alla totale assenza di programmazione e allo spirito di improvvisazione?

Gli estremisti talebani entrano a Kabul.

L’arsenale abbandonato

Come conseguenza della fretta di fuggire, vi è l’inesistente attenzione in merito al rimpatrio dell’arsenale bellico alleato di stanza in Afghanistan. In merito a ciò però vi è una comprensibile confusione giacché è molto difficile per le testate giornalistiche richiedere e ottenere inventari specifici.

Secondo il direttore di Analisi Difesa intervistato dal Telegiornale della Tv pubblica svizzera (RSI) le forze talebane sarebbero entrate in possesso per lo più di armamento leggero e portatile come fucili d’assalto, lanciagranate e mitragliatrici oltre ad un embrione di portaerei afghana con caccia a turboelica da attacco e un buon numero di elicotteri. Si crede che alcuni di questi velivoli siano stati trasferiti in Uzbekistan, che altri siano stati distrutti dai bombardamenti americani e altri ancora siano ora in mano ai fondamentalisti.

Occorre inoltre smontare il luogo comune secondo il quale le forze talebane vigano, per quanto riguarda l’arte della guerra, in epoca paleolitica. Se è vero che potrebbero avere delle difficoltà a gestire un arsenale bellico così specifico, non bisogna sottovalutare l’immensa esperienza maturata in decine di conflitti oltre ai vantaggi derivati da decenni di mecenatismo pakistano.

Milizie talebane sedute su un Humvee statunitense.

Il giallo degli accordi di Doha

A dettare il passo, le linee guida e i contorni della ritirata sarebbero dovuti essere gli accordi di Doha ossia un trattato di pace tra la fazione afghana dei Talebani e gli Stati Uniti d’America concluso, durante la presidenza di Donald Trump, il 29 febbraio 2020 nella capitale qatariota.

Ma di quanto vi è scritto, non sappiamo praticamente nulla. E la mancanza di trasparenza che si cela dietro un accordo stipulato tra la prima potenza militare mondiale e un manipolo di terroristi non fa altro che alimentare ormai legittime dietrologie.

Partendo dal presupposto che tale trattato delegittima universalmente il governo regolare di Kabul, democraticamente eletto – posto che riconosce l’esistenza di frange salafite anche parecchio influenti all’interno della Repubblica Islamica con le quali occorre trattare – se mai questo avesse previsto il sostanziale rispetto dei diritti individuali della popolazione afghana è difficile immaginare come Europa e Stati Uniti non abbiano preso in considerazione conseguenze in caso di mancata fedeltà agli accordi ma assistano inermi alla sottrazione, giorno dopo giorno, di suddetti diritti a colpi di kalashnikov.

La stretta di mano tra Mike Pompeo, Segretario di stato USA e il mullah Abdul Ghani Baradar.

Troppe dunque sono le incognite che si celano dietro la mossa, meditata già da tre amministrazioni americane, di terminare il ventennio di guerra e dunque l’occupazione del suolo afghano. Ma come spesso accade la mancanza di trasparenza che accompagna la politica estera statunitense dalla fine della Seconda guerra mondiale dà adito alle solite e disturbanti teorie del complotto.

Di certo per i taglia-gole salafiti, la non-curanza occidentale pare essere più, una benedizione di Allah.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *