"La libertà costa cara, molto più cara della schiavitù"

Dal sentimento di tradimento, all’incubo della dittatura. Così svanisce l’illusione di un Afghanistan “libero”

L’invasione dell’aeroporto civile, il ritorno del burqa, la folla inquieta che insegue e si aggrappa agli aerei statunitensi raccontano come l’invasione in Afghanistan e il successivo ritiro delle truppe di occupazione, avvenuto vent’anni dopo, rappresentino in tutto e per tutto l’ennesimo fallimento occidentale.

A darne riprova è anche l’imbarazzante modalità con la quale si sta realizzando la disperata evacuazione di emergenza dell’ambasciatore, di funzionari e diplomatici statunitensi avvenuta, in fretta e furia, in queste ore finanche dai tetti degli edifici, ricordando la sciagurata campagna in Vietnam. 

Sgomberiamo il campo da equivoci: come scrisse quale giorno fa Daniele Raineri sul Foglio, uno dei giornalisti più preparati che abbiamo in Italia per quanto concerne il rompicapo geopolitico medio-orientale, l’attività militare americana ed europea in Afghanistan si era ridotta sensibilmente da parecchi anni. Il lavoro di quei pochi rimasti permetteva comunque di tenere i talebani lontani dalle aree urbane e di concentrarsi invece a ridosso delle zone rurali e dei villaggi. Occorre inoltre ricordare come la lunghissima guerra civile esisteva già prima dell’invasione americana e che i talebani stavano impossessandosi di vasti territori, già prima del ritiro americano. 

Posto che, e su questo siamo tutti d’accordo, l’occupazione di uno stato-nazione non può durare in eterno, per il sacro principio di auto-determinazione dei popoli, quando ci sarebbero state le condizioni ideali per il ritiro delle forze di occupazione? Molto probabilmente mai.

Il pesante demerito delle due precedenti amministrazioni, Bush prima e Obama poi, è di aver fatto passare una semplice operazione anti-terrorismo in un vasto piano di riplasmazione istituzionale. Ucciso Bin Laden e neutralizzata la minaccia fondamentalista di matrice talebana in Occidente, poteva già dirsi conclusa l’esperienza americana in Afghanistan nel 2011. E invece no. Come uno scambio che viene tirato e che fa cambiare direzione al treno, si è deciso di prendersi carico della formazione e dell’addestramento di un esercito regolare Afghano e dell’elezione democratica di governi simil-fantoccio mai simpatici e lontani dai problemi della popolazione. Un impegno troppo grande, evidentemente, per un Potenza come gli Stati Uniti, mai in grado di assumersi realmente, in tutti i territori in cui ci ha provato, il ruolo di esportatore della democrazia nel mondo. 

Squarciato il velo di Maja, si rivede un Paese in ginocchio che crolla inerme città per città e si consegna rassegnatamente ai suoi “legittimi” proprietari. Le donne tornano a rinchiudersi nelle abitazioni e chi può scappa nel vicino Uzbekistan.

L’ennesima illusione americana è servita. 

Dal ritiro americano, ai cittadini afghani attendono vite di fortissime privazioni. Anche esporre la bandiera della ormai ex-Repubblica Islamica dell’Afghanistan è fonte di inquietanti ripercussioni.

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