"La libertà costa cara, molto più cara della schiavitù"

Il Psg è ricco e il mondo intero rosica

Se è  vero che il calcio diventa spesso riflesso del nostro vivere e, come affermava Socrate, l’invidia rappresenta l’ulcera dell’anima, quanto ci è vicino il disprezzo dell’opinione pubblica che accompagna ogni qualsiasi mossa perpetuata dalla squadra parigina?

La potenza economica e calcistica del Psg non ha eguali nel mondo. Nessun club europeo e continentale avrebbe mai potuto pensare di spendere, specie in questo periodo transitorio post-pandemico, sommando le cifre per i cartellini e quelle degli ingaggi, fino a 240 milioni di euro per una singola sessione di mercato. Ne di potersi assumere l’onere di rimunerare, in aggiunta, il contratto di uno dei più forti calciatori della storia, Leo Messi

Ma l’ammirazione nel poter osservare così tanti campioni concentrati in un solo club, lo stupore dinanzi alla straordinaria resilienza di una società solida in grado di incassare i colpi di una delle più grandi contrazioni economiche dalla crisi del 2008 che l’Occidente abbia mai conosciuto e continuare ad operare come se nulla fosse successo si è tramutata ben presto, specie sul web, in una detestabile invidia sociale.

Ed ecco che il Psg entra nel mirino della solita frustrazione che si esercita contro chi più ha e con la quale storicamente già si scontrano imprenditori italiani ed europei. Sono tantissimi infatti i tifosi e le società che invocano misure da parte dell’Uefa che limitino in futuro l’esercizio sistematico della ricchezza mediante criteri quali il “Salary cap”, che non sono volte, come frettolosamente si dice, alla salvaguardia e alla sostenibilità delle realtà che compongono il sistema calcistico europeo ma mirano piuttosto ad immobilizzarle.

Oltre a ciò, spesso si sottovalutano i reali vantaggi della disponibilità di un così vasto capitale di investimento. Non è lunare ritenere che il Psg dall’acquisto di Sergio Ramos, Donnarumma, Wijnaldum e Leo Messi riceverà uno straordinario ritorno economico. A partire dal merchandising che si amplificherà inesorabilmente e avrà bisogno di nuovi punti vendita, una logistica più efficiente e nuovo capitale umano ad esso esclusivamente dedicato, passando per un immaginabile aumento degli share in occasione dei match della Ligue 1 che porteranno nei prossimi anni a far lievitare i prezzi dei diritti televisivi che ancora oggi rappresentano la prima fonte di introiti per i club e alla possibilità di esportare il proprio prodotto anche al di fuori del Vecchio Continente. Una torta più grande significa fette di torta più grandi per tutti, e di ciò ne gioverebbero anche le realtà più piccole. 

Al contrario, in Spagna si è deciso di operare diversamente. I club infatti già da qualche anno possiedono un “limite di costo della rosa sportiva”, ovvero un limite di spesa che ogni club propone e giustifica nel rispetto del budget a disposizione. Il tetto salariale imposto dalla Liga ai blaugrana, ad esempio, è passato da 656,43, dello scorso anno, a 347 milioni di euro con norme ancora più stringenti a causa dello sforamento avvenuto lo scorso anno. Risultato? La Liga spagnola perde da quest’anno il secondo giocatore più forte del mondo portandosi con se un ridimensionamento notevole delle aspettative per gli introiti futuri. 

Se prima potevamo ritenere il mondo del calcio vergine dalle derive burocratiche, egualitarie e stataliste che accompagnano sempre di più le decisioni delle grandi tecnocrazie europee, ora, per far fronte alla crisi pandemica sembra che anche esso sia in procinto di allinearsi all’assetto economico dominante secondo la falsa convinzione che solo regolamentando e ponendo freni al libero mercato si generi la tanto agognata stabilità economica. Ab aeterno!

L’immagine di presentazione di Leo Messi con la quale si rende noto il suo numero di maglia; il 30.

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