"La libertà costa cara, molto più cara della schiavitù"

Quirinale, i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli

Attenzione. Il giudizio politico della tragicomica vicenda Quirinalizia deve necessariamente tener conto dei risultati ottenuti.

E in questo senso lo spoglio di ieri che ha visto vedersi salvata la poltrona al Presidente uscente non può che lasciare perplesso il leader della Lega Matteo Salvini. I malumori e la delusione in seno a Lega e Fratelli d’Italia ci sono e sono emersi parecchio evidenti nonostante dinanzi alle telecamere la truppa leghista abbia continuato a nasconderli parlando di gruppo granitico e lealtà nei confronti dei vertici del partito.

L’occasione infatti era ghiotta: se non l’opportunità di nominare una donna o un nome di alto profilo di provenienza culturale di centrodestra, quantomeno vi era la possibilità di far valere i propri numeri per evitare l’ennesimo Presidente con ‘la tessera del Partito Democratico in tasca‘. E invece no. Le aspettative degli elettori, almeno quanti riuscivano a sedare gli impulsi di indignazione, si sono tramutate nelle consuete illusioni, che troppo spesso stanno accompagnando i risultati politici del centrodestra. Dopo ben 7 votazioni si è scivolati verso il bis decidendo di inginocchiarsi ai piedi del Presidente che per quattordici volte aveva espressamente chiesto di essere tenuto da parte, sebbene, a differenza di Ciampi, non abbia disdegnato ad accettare nuovamente l’incarico.

E, inutile girarsi intorno, il centrodestra ne esce tumefatto. Sembra aver imboccato il tunnel di un continuum di insuccessi che pare accompagnarlo da quando la Lega decise di aprire al “Papeete” la crisi di governo ormai 3 anni fa, che è proseguito con il fallimento delle amministrative e per il quale fatica ad individuarne l’uscita. Forza Italia non esiste più. O almeno non più come realtà politica della coalizione. I militanti forzisti, orfani del proprio cursus honorum, votano chi vogliono, restano aggrappati alla poltrona, lavorano al proporzionale e meditano la diaspora verso un maxi gruppone centrista che possa garantirgli qualche chance in più di essere rieletti.

E’ solo Matteo Salvini a metterci la faccia, ripetutamente davanti ai giornalisti, nella speranza di ridare dignità al Parlamento e tentando di dimostrare al Paese la capacità di questa classe politica di individuare un nome alternativo. Ma nulla da fare. Nell’aula dei ribelli, la folle trattativa ha visto bruciare 10 candidature e alla fine ha prevalso l’immobilismo e la fermezza di Letta e compagni che, arroccati dietro il No a tutto, finanche se donna, oggi si intestano la rielezione.

Bluff, veti e scuse accampate dei due leader giallorossi hanno impantanato le trattative in una palude parlamentare che ha stimolato il moderno pentapartito verso la propria auto-conservazione, con un occhio al portafogli, insidiati anche dallo spettro delle elezioni anticipate.

E in questo senso, i dem hanno confermato la propria stasi, cristallizzati nella nullafacenza, sminuendo ex post, il presunto accordo pattuito intorno al nome di Elisabetta Belloni accusando i colleghi del ‘fronte progressista‘ (che poi sarebbe la sinistra più gli ex populisti anti-sistema dei 5 stelle) di aver inquinato i pozzi strombazzando il nome del capo degli 007 prima che fosse discusso.

Cambiare tutto per non cambiare niente. Draghi qua e Mattarella là. Il Capitano, forte della sua intraprendenza, ha fallito il penalty che si è guadagnato con le ultime politiche e che avrebbe potuto consegnarlo alla gloria. Il punteggio della partita sul Colle che Letta ha guardato comodamente dagli spalti si chiude con un nulla di fatto. 0 a 0.

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